Dalla repressione del G8 di Genova al business del dissenso pop: la doppia tenaglia del capitalismo contemporaneo.

Venticinque anni fa, sulle strade di Genova, si consumava una delle azioni più crude ed efferate che l’Europa post guerra fredda ricordi. In quelle calde, seppur non come ora, giornate di luglio, l’ordine neoliberista tracciava con il sangue il proprio confine di classe. Per un quarto di secolo, le istituzioni e i media mainstream hanno lavorato per derubricare l’uccisione di Carlo Giuliani a un semplice fatto di cronaca. Ma la verità politica è un’altra, e cioè che Carlo è stato un martire della lotta al capitalismo globalizzato.

La trasformazione del suo nome in un marchio da criminalizzare, è stata la prima “contromisura” presa dallo Stato. Chiamare Carlo Giuliani “teppista” o “criminale” è servito solo ed unicamente a depoliticizzare la sua scelta, a svuotare di senso il suo gesto, ma soprattutto a nascondere il fatto che la sua generazione aveva capito tutto prima degli altri.

A Genova quel movimento aveva visto con spaventosa lucidità una realtà che avrebbe segnato negativamente anche la vita dei loro figli (noi giovani di oggi): la precarizzazione totale dell’esistenza, il progressivo smantellamento dello stato sociale, la privatizzazione dei beni comuni e l’assalto della rendita immobiliare sui territori. Carlo e centinaia di migliaia di ragazzi provarono a sbarrare fisicamente la strada a quel futuro.

Ormai è troppo tardi?

Quel futuro previsto nel 2001 oggi rappresenta la drammatica quotidianità delle nostre città, dove il braccio armato dello stato, lo stesso che si macchiò di crimini indicibili all’epoca, ha concentrato la sua violenza sul controllo micro-urbano dei quartieri gentrificati. l’esempio più nitido e recente è quello di Abderrahim Fakir a Bologna, proprio il 20 Luglio, esattamente 25 anni dopo l’omicidio di Carlo.

Bologna, storica città di movimento oggi trasformata in una food-city ad uso e consumo di turisti, affitti brevi e rendita immobiliare, richiede un disciplinamento spietato dello spazio pubblico; d’altronde la macchina dei profitti può non rendere al massimo in assenza di “decoro”. Ad oggi infatti sembra che il più grande ostacolo al decoro delle nostre città gentrificate, siano proprio le persone marginalizzate e meno produttive. L’intervento della polizia che ha portato alla morte di Fakir segue lo stesso filo rosso di quelli di venticinque anni fa a Genova, solo che ieri si sparava per proteggere i vertici del capitale internazionale, oggi invece si usa la violenza letale contro i soggetti marginalizzati per proteggere le vetrine turistiche. Chiunque ostacoli la valorizzazione economica dello spazio nel mondo reale viene schiacciato.

Eppure il capitale sa benissimo che non può governare unicamente con il terrore e la forza d’urto. La repressione pura ( i manganelli, i gas, gli omicidi nelle strade) è necessaria per annientare la minaccia materiale immediata, ma ha un “costo” politico elevatissimo, in quanto genera martiri e accresce la solidarietà nei confronti dei movimenti di lotta. 

Per disinnescare la rabbia sociale, prima che questa si trasformi in un nuovo G8, il sistema neoliberista ha sviluppato un secondo dispositivo, molto più subdolo e pervasivo.

Se il potere non può impedire che i giovani provino rabbia per le ingiustizie di questo mondo (crisi climatica, speculazione immobiliare e finanziaria e chi più ne ha più ne metta), allora comprerà quella stessa rabbia trasformandola in merce. La sposta dalle strade e la mette su un palco patinato (o almeno ci prova).

Dalla piazza e dalla strada al palco

E’ esattamente in questo meccanismo di sedazione che si inserisce il fenomeno di Bad Bunny e l’operazione ideologica costruita attorno alla sua figura e alla sua “Casita”. Incensato dai media liberal come un eroe anticoloniale, Bad Bunny si appropria esattamente di quelle battaglie che Carlo e tutta la sua generazione avevano previsto venticinque anni fa.

Canta contro la privatizzazione della rete elettrica a Porto Rico, denuncia la svendita delle spiagge ai ricchi e porta nei suoi mega-tour da centinaia di euro a biglietto la ricostruzione della succitata “casita”, la tipica casa popolare portoricana. Ma come se ne appropria? Ovviamente, mercificandola. Porto Rico è un’isola colonizzata dal capitale finanziario americano, stritolata da leggi sulle esenzioni fiscali ai milionari (come l’Act 60) che stanno provocando la cacciata della popolazione locale attraverso affitti insostenibili.

In questa carneficina sociale, Bad Bunny prende l’icona della casa popolare (simbolo della miseria e della dignità della classe lavoratrice portoricana) e la trasforma in una scenografia per show da stadio gestiti dai colossi del ticketing mondiale, con accesso limitato a celebrità o a chiunque ritenuto abbastanza attraente da entrarvi. La casita diventa cosi un brand “cool” da vendere al pubblico globale, l’esca perfetta, insomma, per il turismo di massa. Rendendo la cultura e la sofferenza portoricana una tendenza di moda, l’industria Bad Bunny non ferma gli speculatori immobiliari, al contrario aumenta l’attrattività turistica. Investitori e cacciatori di affitti brevi arrivano a San Juan anche grazie al mito dell’isola “autentica e ribelle”. Si fa il tifo per il simulacro de La Casita, mentre le vere case dei portoricani vengono svuotate per fare spazio ai B&B.

La dinamica che lega Genova 2001, l’omicidio di Fakir a Bologna e lo spettacolo di Bad Bunny mostra quindi la doppia tenaglia del capitalismo contemporaneo. Quando la contestazione è reale e si misura sui territori, lo stato risponde con manganelli e proiettili, quando la stessa denuncia diventa spettacolo, il sistema “la usa” per alzare il valore al metro quadro dei quartieri.
Simpatie di ciascuno e gusti musicali a parte, bisognerebbe quantomeno mantenere la lucidità per smettere di scambiare la rappresentazione estetica e commerciale della lotta con la lotta vera.

Carlo Giuliani e la sua generazione hanno messo i corpi in piazza per tentare di fermare questo modello economico, e Fakir ne ha pagato il prezzo sulle strade della città gentrificata per eccellenza, Bologna. Bad Bunny invece, ne incassa i profitti vendendo la scenografia della povertà a chi può permettersi il biglietto. Imparare a distinguere chi combatte il nemico, da chi ne arreda il salotto è un dovere politico e soprattutto umano.

Carlo, Fakir, non puliremo il vostro sangue !

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