Cresciuto con la Melevisione, invecchiato con la precarietà: congratulazioni, sei uno zillennial!

Negli ultimi anni il confronto tra generazioni si è guadagnato uno spazio sempre maggiore nel discorso pubblico. In tv, sui giornali, sui social, tutti sembrano aver capito come suddividere, riconoscere e recintare le generazioni.

Se la parola “boomer” viene ormai utilizzata come termine ombrello per indicare chiunque sia nato dal 1946 al 1979 (ignorando del tutto l’esistenza della Gen X), ed è diventata praticamente un facile sinonimo di “più o meno vecchio, ma sicuramente rincoglionito”, abbiamo capito che per parlare di giovani dobbiamo fare riferimento ad altre due generazioni, tanto vicine quanto diverse: quella dei millennials (Generazione Y) e quella della Gen Z.

I millennials, i “giovani più vecchi”, sono coloro nati orientativamente tra il 1980 e il 1996. Ancorati alla fine del vecchio millennio, non sono nativi digitali, ma hanno vissuto sulla loro pelle l’arrivo del grande 2000 e sono stati bambini e adolescenti durante l’avvento di internet. La Gen Z, invece, è composta dai nati orientativamente tra il 1997 e il 2012: nativi digitali, usciti dal pancione con un dispositivo già in mano, che fosse un Nintendo DS per i primi nati o un iPad per gli ultimi.

Queste due generazioni, seppure vicine, non solo hanno riferimenti culturali diversi, ma anche attitudini e modi di fare che sono agli antipodi. 

Quella dei millennial è una generazione che ha subito in silenzio le angherie e le vessazioni dei boomer, cresciuta a pane e stage non retribuiti, con il mito della meritocrazia e un immotivato ottimismo che li ha portati a essere gli ultimi romantici che hanno davvero creduto al consiglio “se studi trovi lavoro”. Il millennial è settato su una mentalità che segue il motto “no pain no gain”. Non è un caso che proprio da questa generazione nascano il mito della “girlboss”, la giovane donna cool e in carriera che per anni ha tenuto in ostaggio film e serie tv, ma anche i meme sull’ansia e la normalizzazione del dibattito, per l’appunto, sulla salute mentale, naturale conseguenza della presa di coscienza che il mito del «se ti impegni abbastanza ce la farai» non corrispondeva alla realtà. Molti millennial hanno così dovuto fare i conti con aspettative irrealistiche e con il costo, spesso invisibile, della ricerca continua della performance.

Dall’altra parte abbiamo il magico mondo della Gen Z, che può essere letto, almeno in parte, come una risposta più placida e silenziosa all’estremo performativismo associato ai millennial. Molti ragazzi della Gen Z sembrano usare meno Facebook e avere profili Instagram che potremmo definire più “spogli”. La loro presenza online passa spesso attraverso le storie, che durano 24 ore, e i TikTok che si susseguono rapidi e si perdono nell’etere. A molti potrebbe sembrare che la loro principale skill di sopravvivenza sia il menefreghismo. La verità è che, forse anche in risposta all’estremo spirito di sacrificio dei loro fratelli maggiori, la Gen Z sembra aver interiorizzato il concetto, sacrosanto, del limite tra sé stessi e gli altri.

Gli orfani generazionali

Tuttavia, c’è una fetta di giovani che non sente di appartenere davvero a nessuna di queste due generazioni, o forse sente di appartenere un po’ a entrambe. I loro riferimenti culturali si affacciano in entrambe le direzioni, da Harry Potter a Squid Game, e sono abbastanza giovani da comprendere i trend di TikTok ma abbastanza vecchi da ricordare a memoria le puntate della Melevisione. Se sei nato indicativamente tra i primi anni Novanta e i primi anni Duemila e senti lo stesso senso di spaesamento, sei probabilmente uno zillennial

Tuttavia, più che da una data di nascita, gli zillennial sono uniti da una memoria e da un sentire comune. Sono l’ultima generazione ad aver vissuto un’adolescenza in cui internet era ancora un luogo da cui entrare e uscire e non un posto in cui si abita costantemente. Gli zillennial hanno conosciuto i pomeriggi su MSN, i primi video di YouTube che sembravano girati da un amico, Facebook quando era il social dei ragazzi e non quello dei genitori, Tumblr quando sembrava il centro dell’universo alternativo e Instagram prima che diventasse un negozio, una televisione e una chat tutto insieme. Insomma, sono nati prima che l’algoritmo ci leggesse nel pensiero, ma sono stati i primi ad adattarvisi. 

Il vero rischio, però, è quello di ridurre quella che per gli accademici è una vera e propria “micro-generazione” a un semplice e anonimo elenco di riferimenti pop.

Se Millennial e Gen Z riescono a caratterizzarsi come vere generazioni, l’esistenza degli zillennial sembra più un glitch nel sistema generazionale, un gruppo di persone che riescono a definirsi solo per difetto. Nè millennial, nè Gen Z, questi giovani (ma ormai non troppo) sono i Balto delle ultime generazioni. Infatti, proprio come il protagonista del film di animazione metà cane e metà lupo, sanno “solo quello che non sono”. 

Ad ogni modo, le generazioni (o supposte tali) non vivono solo di cultura condivisa, ma soprattutto della storia che attraversano.

Al momento i millennial stanno vivendo la terza recessione da quando sono nati, partendo dall’affacciarsi nel mondo del lavoro e dell’università nel 2008, durante una recessione nata a seguito della famosa “bolla immobiliare”, attraversando poi da quasi trentenni quella del 2019-2020 data dal covid, per arrivare più che adulti al giorno d’oggi, vivendo in pieno una crisi sociale e politica provocata da un minestrone di fattori così ampio e variegato che rimetterlo in ordine sembra uno sforzo inutile. Dall’altra parte, metà delle persone che compongono la Gen Z nel 2008 non era nemmeno nata, l’altra metà era troppo giovane per capirne la portata; per quanto riguarda il lockdown, molti ragazzi Gen Z l’hanno vissuto essendo dei bambini o poco più. 

Gli zillennial, invece, hanno avuto un tempismo perfetto nel peggiore dei modi (e dei mondi) possibili. Erano troppo giovani per comprendere a pieno cosa stesse succedendo nel 2008, ma abbastanza grandi da assorbirne il clima e da sentirne l’eco: hanno iniziato a immaginare il proprio futuro nel momento in cui il futuro si iniziava a concepire quasi come una minaccia. Questa micro-generazione ha visto fratelli e sorelle maggiori laurearsi con fatica, imparare l’inglese facendo i lavapiatti a Londra, accettare contratti improbabili e continuare a sentirsi ripetere che “prima o poi ne sarebbe valsa la pena”: sono cresciuti abbastanza vicini a quella promessa da crederci, ma abbastanza lontani da assistere al momento in cui ha smesso di convincere. Gli zillennial sono stati i primi a capire che spesso la serenità è più preziosa di qualsiasi job title su LinkedIn.

Forse il punto è che il fenomeno zillennial non è una vera e propria generazione, ma il nome che abbiamo dato a una sensazione condivisa, quella di essere cresciuti nel preciso momento in cui un’epoca stava finendo e un’altra stava cominciando con fatica. La verità è che nel 2026 le battaglie sono le stesse per tutti: case al prezzo di piccoli stati sovrani, rapporti che sfuggono dalla definizione e dal tempo, ma, soprattutto, trovare il proprio posto in un mondo che non sembra averne abbastanza per tutti. Essere zillennial significa avere sempre il sentore di essere arrivati un attimo fuori tempo massimo. Quando i Millennial stavano già pagando il prezzo delle promesse mancate e la Gen Z aveva già imparato a diffidare delle promesse in partenza, loro erano nel mezzo. Il risultato, comunque, è lo stesso per tutti: che ricordi o no le estati con il Cornetto Soft e Un Medico in Famiglia alla tv, nessun giovane adulto rimarrà impunito.

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